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10/07/2009

Caso Sandri:Il PM chiede 14 anni per Spaccarotella

Al processo di Arezzo, requisitoria del pubblico ministero Ledda, che ha anche utilizzato una pistola Beretta come quelle in dotazione alla Polizia per simulare il modo in cui sarebbe stato sparato il colpo. Riconosciute le attenuanti generiche: "Ha distrutto una vita umana ma anche la propria"

AREZZO, 9 luglio 2009 - Il pubblico ministero di Arezzo Giuseppe Ledda ha chiesto 14 anni di reclusione per Luigi Spaccarotella, l'agente della Polstrada accusato di omicidio volontario per la morte di Gabriele Sandri, il giovane tifoso laziale ucciso da un colpo di pistola l'11 novembre 2007 nell'area di servizio di Badia al Pino, sull'autostrada del Sole, mentre si recava a Milano a vedere Inter-Lazio (il poliziotto si trovava sul lato della direzione opposta dell'autostrada e - stando alle sue dichiarazioni - intendeva sedare una rissa tra tifoserie rivali che si era svilippata nell'area di servizio stessa). La richiesta del pubblico ministero è arrivata al termine della requisitoria nell'ambito del processo che vede l'agente della Polstrada accusato di omicidio volontario.

Le Attenuanti— Il pubblico ministero, tra l'altro, ha anche impugnato una pistola Beretta come quelle in dotazione alla Polizia, e a braccia tese ha simulato il modo in cui il poliziotto Luigi Spaccarotella avrebbe esploso il colpo. La pena per l'omicidio volontario sarebbe di 21 anni, ma Ledda ha chiesto la riduzione di un terzo della reclusione, concedendo le "attenuanti generiche", visto "il carattere istantaneo di questa condotta: tutto l'evento si è svolto nell'arco di pochissimi minuti", ha spiegato il pubblico ministero aretino, che ha osservato anche come il poliziotto "ha distrutto una vita umana, ma anche la propria, e paga anche la sua famiglia".

postato da: lunatic72 alle ore 00:49 | link | commenti
categorie: storie vere
06/07/2009

Aldrovandi: Condanne a tre anni e sei mesi

I quattro agenti accusati di eccesso colposo nell'omicidio
del ragazzo di 18 anni avvenuto nel 2005 a Ferrara

I genitori: "Volevamo che fossero restituiti rispetto e dignità a nostro figlio"


Per la morte del giovane Aldrovandi poliziotti condannati a tre anni e 6 mesi

Federico Aldrovandi

FERRARA - Il tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia. Alla lettura della sentenza i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti applausi.

"Volevo che a mio figlio fossero restituiti giustizia, rispetto e dignità", ha detto il padre di Federico. "Mio figlio non era un drogato, era un ragazzo di 18 anni che amava la vita e che quella mattina non voleva morire". Sua moglie è sembra stata convinta della colpevolezza degli agenti: "Ci sono stati momenti in cui ho avuto paura che se la potessero cavare, ma in fondo ci ho sempre creduto. Ora quei quattro non devono più indossare la divisa".

Inchiesta e processo hanno visto come parte fondamentale la famiglia Aldrovandi, la mamma Patrizia Moretti e il papà Lino, in prima linea per chiedere la verità, prima con il blog su Kataweb aperto nel gennaio 2006 e diventato uno dei più cliccati in Italia, poi lungo l'inchiesta e il processo, scanditi dalle perizie, dalla raccolta delle testimonianze, dalla ricostruzione faticosa delle cause della morte di Federico.

Il pm Nicola Proto aveva chiesto condanne per tre anni e otto mesi a ciascuno dei quattro agenti. L'accusa è di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli che poi si sono rotti. La parte civile, (Gamberini, Del Mercato, Anselmo e Venturi) ha ricostruito sotto quattro angolazioni diverse le difficoltà per raggiungere non la verità ma il processo stesso, sostenendo che la morte di Federico sia addebitabile alla colluttazione con gli agenti (nel corso della quale si ruppero due manganelli) e all'ammanettamento del giovane a pancia in giù con le mani dietro la schiena. Posizione che, secondo i loro consulenti, avrebbe causato un'asfissia posturale. A questa causa va aggiunta la tesi di un cardiopatologo dell'Università di Padova, il professor Thiene, secondo il quale il cuore avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento.

Per la difesa (Pellegrini, Vecchi, Bordoni, Trombini) l'agitazione del ragazzo quella mattina, prima e durante l'intervento di polizia, era dovuta all'effetto di sostanze assunte la notte prima al Link di Bologna con gli amici. Sostanze che lo avrebbe portato a uno scompenso di ossigeno durante la colluttazione. Tutte le difese hanno chiesto l'assoluzione piena degli imputati, che agirono rispettando le regole e il modus operandi previsto per interventi di contenimenti di persone fuori controllo (uso dei manganelli, metodo di ammanettamento e di contenzione o pressione sul corpo). Ancora oggi, tuttavia, nonostante l'intervento di oltre 15 tra i più affermati e riconosciuti esperti italiani (medico-legali, tossicologi, anestesiologi, cardiopatologi) non si è arrivati a chiarire con certezza le cause della morte
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postato da: OldStylePc alle ore 20:57 | link | commenti
categorie: cultura, storie vere